T.H. c. Repubblica Ceca, N. 33037/2022, Corte EDU (Quinta Sezione), 12 giugno 2025

La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 12 giugno 2025 nel caso T.H. c. Repubblica Ceca si occupa di una questione relativa al riconoscimento legale dell’identità di genere per le persone transgender, e, più in generale, al conflitto tra il diritto al rispetto della vita privata e quello all’integrità fisica.
Il ricorrente, T.H., cittadino ceco, identifica se stesso come persona non binaria (intergender) e, pur avendo intrapreso trattamenti ormonali e interventi estetici, rifiutava di sottoporsi a un intervento di riassegnazione sessuale da maschio a femmina. Tale operazione rappresentava tuttavia un requisito che la legge ceca prevedeva come condizione imprescindibile per modificare il codice numerico personale nel documento di identità nazionale.
Ai sensi dell’art. 29 § 1 del codice civile ceco e del paragrafo 21(1) della legge n. 373/2011 in tema di servizi sanitari, rilevante nel caso di specie, infatti, il riconoscimento del cambio di genere era subordinato al completamento di un intervento chirurgico che comportasse la disabilitazione della funzione riproduttiva e la ricostruzione genitale.
A partire dal 2012 T.H. presentava numerose richieste alle autorità nazionali al fine di ottenere il cambio del codice di genere, scontrandosi, tuttavia, con il costante diniego il Ministero degli Interni.
Tale rifiuto veniva motivato alla luce del difetto della sopramenzionata condizione legale necessaria, ossia per la mancanza della certificazione medica che attestasse l’avvenuto intervento chirurgico.
Gli strumenti interni di tutela giudiziaria non ebbero esito favorevole: in particolare, la Corte municipale di Praga, nel 2018, confermava che la mancata sottoposizione all’intervento chirurgico costituiva un motivo legittimo di rifiuto.
Nell’anno successivo, la Corte Suprema Amministrativa ribadiva che la normativa ceca si fondava su una concezione binaria e oggettiva del genere, che rappresentava un’espressione della cultura giuridica e sociale nazionale.
Investita della questione, la Corte Costituzionale ceca, con sentenza plenaria n. Pl. ÚS 2/20 del 9 novembre 2021, rigettava la richiesta di censura delle disposizioni legislative, affermando che il requisito della sterilizzazione era necessario a garantire l’affidabilità dei registri dello stato civile e che, su temi eticamente sensibili, lo Stato disponeva di un ampio margine di apprezzamento, in assenza di un contesto unanime a livello europeo.
Di fronte a tali rigetti, T.H. adiva la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sostenendo che la legislazione ceca violasse i suoi diritti alla salute fisica e mentale e il diritto al rispetto della vita privata.
Con la sentenza in commento, la Corte di Strasburgo ha formulato un’analisi particolarmente articolata, precisando che T.H. non era stato sottoposto a interventi medici forzati né sterilizzato contro la propria volontà, ma che la normativa interna lo aveva posto davanti a un bivio insuperabile, costringendolo a scegliere tra il diritto al riconoscimento della propria identità di genere e quello alla tutela dell’integrità fisica rispetto a procedure invasive e irreversibili.
Richiamando la propria giurisprudenza consolidata, la Corte ha ribadito che l’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo tutela l’identità di genere nell’ambito del diritto al rispetto della vita privata e impone agli Stati l’obbligo positivo di assicurare procedure rapide, trasparenti e accessibili per il riconoscimento legale del genere, basate sul principio di autodeterminazione.
In tale prospettiva, la Corte ha concluso che subordinare il riconoscimento legale all’obbligo di sterilizzazione costituisce una violazione dell’art. 8, poiché genera un conflitto non proporzionato tra la vita privata e l’integrità fisica dell’individuo.
Pur riconoscendo che su questioni moralmente complesse gli Stati dispongono di un certo margine di apprezzamento, la Corte ha precisato che tale margine si restringe sensibilmente quando è in gioco una dimensione essenziale dell’esistenza e dell’identità personale, come accade nel caso delle persone transgender.
Peraltro, la Corte ha richiamato l’evoluzione normativa e giurisprudenziale ceca: in particolare, la successiva sentenza plenaria n. Pl. ÚS 52/23 del 24 aprile 2024, con la quale la Corte Costituzionale ha mutato orientamento, riconoscendo che l’obbligo di sterilizzazione rappresentava un’interferenza significativa con l’autonomia decisionale e l’integrità fisica delle persone transgender, che risultava assai sproporzionata rispetto all’obiettivo della certezza giuridica, censurando pertanto le disposizioni normative contestate e sospendendone l’applicazione fino al 30 giugno 2025 allo scopo di consentire al legislatore di intervenire.
Questa svolta giurisprudenziale ha dimostrato come l’affermazione dei diritti fondamentali nel contesto sovrannazionale abbia avuto un impatto diretto sulla revisione interna delle norme nazionali.
La rilevanza della decisione in esame s’identifica invero nel consolidamento di una serie di principi. Anzitutto, ivi si ribadisce che il riconoscimento legale dell’identità di genere deve avvenire attraverso procedure semplici e fondate sull’autodeterminazione.
In questo contesto, il margine di apprezzamento statale si riduce laddove siano in gioco i diritti fondamentali della persona: in particolare, l’imposizione – anche indiretta – di un intervento irreversibile di sterilizzazione quale condizione per il riconoscimento dell’identità sessuale conduce a una violazione dell’art. 8 CEDU.
Infine, la sentenza in commento pone l’accento sul dovere degli Stati di adempiere a obblighi positivi, mediante la predisposizione di sistemi normativi che consentano il pieno esercizio del diritto all’identità di genere.
Inserita nel più ampio contesto del diritto europeo e internazionale dei diritti umani, la sentenza si colloca nel solco delle raccomandazioni dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (Risoluzione 2048/2015), dei pareri del Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, delle decisioni del Comitato Europeo dei Diritti Sociali e dei più recenti orientamenti dell’ONU e dell’OMS. Quest’ultima, infatti, con la classificazione ICD-11, ha escluso le questioni di identità di genere dal novero delle patologie mentali — a conferma del superamento del paradigma medico e patologizzante in favore del riconoscimento della dignità e dell’autonomia personale.
Nel suo complesso, T.H. c. Repubblica Ceca rappresenta un ulteriore progresso verso il rafforzamento della tutela del diritto al riconoscimento legale dell’identità di genere nel sistema della Convenzione europea, risolvendo il conflitto fra autodeterminazione e integrità fisica nel senso della massima protezione della dignità e della libertà individuale, e chiarendo che il margine di apprezzamento statale mai può giustificare l’imposizione come condizione per il riconoscimento legale del genere di pratiche chirurgiche invasive e impattanti sulla vita privata dell’individuo.
(Commento di Martina D'Onofrio)
