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Una raccolta, ordinata per anni, delle pronunce di maggior rilievo in materia di pluralismo

Corte Suprema finlandese, 2026:27, 26 marzo 2026

Corte Suprema finlandese, 2026:27, 26 marzo 2026

Il caso in commento riguarda Päivi Räsänen, membro del Parlamento e medico, e il vescovo luterano Juhana Pohjola, accusate di “incitamento all’odio” contro un gruppo nazionale per aver diffuso contenuti ritenuti offensivi nei confronti della comunità omosessuale.

La Corte Suprema finlandese è stata chiamata a pronunciarsi sulla responsabilità di Räsänen riguardo alla scrittura e la pubblicazione  un opuscolo – diffuso anche online - del 2004 (il cui titolo è traducibile come “Maschio e femmina li creò - Le relazioni omosessuali sfidano il concetto cristiano di umanità”), ritenuto offensivo verso la comunità LGBTQ+ per aver descritto l’omosessualità in termini di “disturbo psicosessuale”. Inoltre, la Corte ha valutato la rilevanza penale delle dichiarazioni rese da Räsänen sulle proprie piattaforme social nel 2019. In tale occasione, l’esponente politica aveva criticato il sostegno della Chiesa evangelica luterana di Finlandia all’Helsinki Pride 2019, descrivendolo come un atto peccaminoso e vergognoso e aveva allegato la citazione di un passaggio della Bibbia. La contestazione ha, quindi, riguardato sia la diffusione di contenuti discriminatori attraverso lo scritto del 2004 (consultabile online nel triennio 2019-2022), sia i messaggi offensivi indirizzati contro il movimento Pride tramite i  social media. La Corte ha ribaltato parzialmente le decisioni dei tribunali inferiori (che avevano assolto le imputate su tutti i fronti), giungendo a conclusioni differenti a seconda dei contenuti analizzati e del contesto all’interno del quale sono stati pubblicati.

 

I giudici finlandesi hanno ritenuto che alcune affermazioni contenute nell’opuscolo del 2004 fossero offensive e basate su dati errati. In particolare, definire l’omosessualità come un “disturbo dello sviluppo psicosessuale” è stato considerato scientificamente falso alla luce della medicina moderna. La Corte Suprema ha ravvisato una portata denigratoria nelle dichiarazioni di Räsänen rivolte agli omosessuali in quanto gruppo, a causa del loro orientamento sessuale. Al contrario, per altri passaggi contenuti nello scritto, i giudici hanno escluso la sussistenza di intenti o contenuti offensivi. Inoltre, la Corte chiarisce che è possibile difendere il concetto tradizionale di famiglia senza ricorrere a espressioni che insultino o degradino le minoranze sessuali. Sebbene la libertà di religione includa il diritto di manifestare le proprie convinzioni, essa non può essere invocata per giustificare attività che violino la dignità umana o i diritti fondamentali di terzi, soprattutto laddove le parti offensive dell’articolo non riguardano dogmi religiosi o testi sacri, ma argomentazioni sociali e mediche. Infine, lo stesso ruolo ricoperto da Räsänen, membro del Parlamento e medico, è stato considerata un’aggravante della pericolosità delle sue asserzioni. L’autorità derivante da queste cariche aumenta la capacità di influenzare negativamente l’opinione pubblica e di rafforzare atteggiamenti discriminatori. Di conseguenza, la Corte Suprema ha condannato la deputata per “incitamento all’odio”.

 

Al contrario, nonostante il linguaggio usato nei messaggi sui social media indirizzati contro il movimento Pride potesse risultare offensivo, i giudici finlandesi hanno stabilito che il tweet rientrava nel perimetro della libertà di espressione e di religione, in quanto inserito in un dibattito interno alla Chiesa e volto a criticarne la dirigenza, senza incitare direttamente all’odio o alla violenza.  Secondo la Corte Suprema, il messaggio di Räsänen contro il sostegno della Chiesa al Pride va valutato nel suo insieme, inclusa la citazione biblica allegata. Nel contestare il patrocinio del Pride da parte della Chiesa, l’imputata aveva sostenuto la propria tesi richiamando un passo biblico critico verso l’omosessualità e utilizzando termini come “vergogna” e “peccato” in coerenza con il testo sacro. Nonostante la connotazione negativa dei termini nel linguaggio comune, secondo i giudici, l’uso di citazioni bibliche per sostenere una posizione dottrinale non costituisce, in questo caso, un’offesa punibile. La Corte, quindi, ha stabilito che il messaggio non configura il reato di incitamento all’odio: la condotta è stata ritenuta una legittima espressione della libertà di religione e di parola, confermando così l’assoluzione già pronunciata nei gradi di giudizio precedenti per questo specifico capo d’accusa.

 

(Commento di Laura Restuccia)